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L’albero di Terzani

Video – Intervista a Tiziano Terzani

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Il fuoco di bivacco

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IL FUOCO DI BIVACCO

Innanzitutto, prima di accingersi ad accendere il fuoco, bisogna accertarsi che sia pemesso accendere fuochi, non in tutti i boschi è possibile, nel caso si potesse, per prima cosa ripulire il terreno da foglie, rami ecc… per evitare il propagarsi del fuoco; poi create un cerchio con dei sassi che delimiti il focolaio. Per poter accendere il fuoco non si può ammucchiare subito tutta la legna, perchè esso deve respirare. Si possono quindi disporre di rametti più secchi e più fini a piramide aggiungendo poco alla volta la legna sempre più grossa, intrecciando i rami fra di loro. Se non si ha a disposizione legna secca, ci si aiuti con della carta asciutta , con della cera fatta colare sulla legna o scheggiando i rami più grossi. Dopo che si è usato il fuoco, prima di andarsene, bisogna assicurarsi che si sia spento e che non possa più riaccendersi.

UN FUOCO SENZA LEGNA?

Un fuoco “ecologico” o se non altro di risparmio. Si necessita di pochi strumenti, sicuramente un accendino, una rete diciamo con fori da un paio di mm, un un tubo da 50 cm circa (una soluzione può essere un pezzo di canna di gomma). E’ un sistema perfetto nel caso si trovi un fuoco abbandonato. Occorre prima di tutto setacciare i carboni rimasti dal vecchio fuoco, se ne prepara poi una piramide con i pezzi di carbone più asciutti, rispettando sempre la regola dei pezzi piccoli per primi e i pezzi più grossi sopra, con un incavo alla base, ed inserirvi della paglia secca e ramoscelli, accendere e appena spento il primo fuoco di paglia, soffiare con il tubo sul carbone acceso, ripetere l’operazione fino all’accensione totale delle braci. Sembra un procedimento lungo ma una volta fatto qualche esperimento vi accorgerete dell’efficacia del sistema.

Alberi ed essenze
La tabella sottostante riassume, con disegni esaurienti, qualche essenza presente in Italia, usata solitamente per accendere i nostri fuochi.

 

Descrizione dell’ essenza

Disegno

Essenza: CARPINO

E’ di combustione lenta, ha una fiamma viva e buone braci; è utile per la cucina.

Potere calorifico: 100

Carpino

Essenza: QUERCIA

Di combustione lenta, ha una fiamma continua e buone braci; verde è un buon riflettore e produce un buon carbone.

Potere calorifico: 99

Quercia

Essenza: FRASSINO

E’ un buon combustibile, di rapida combustione, da una bella fiamma; verde è un buon riflettore.

Potere calorifico: 92

Frassino

Essenza: ACERO

Si accende molto rapidamente, e riscalda bene con una fiamma luminosa e chiara. Si consuma velocemente; è utile quando piove perchè si scorteccia rapidamente.

Potere calorifico: 89

Acero

Essenza: BETULLA

Sprigiona molto calore con una piccola fiamma ed è lento a bruciare; verde è un ottimo riflettore.

Potere calorifico: 84

Betulla

Essenza: OLMO

E’ un buon combustibile, che da una fiamma chiara e viva, produce però poca brace. Rapido ad accendersi ed altrettanto a consumarsi.

Potere calorifico: 80

Olmo

Essenza: FAGGIO

Da una fiamma viva, ma produce molto fumo; la brace dura poco e riscalda
molto rapidamente.

Potere calorifico: 71

Faggio

Essenza: SALICE

Da una fiamma viva ma con fumo; il calore è vivo ma breve e le pigne, così come i rametti sottili, sono utili per l’ accensione.

Potere calorifico: 70

Salice

Essenza: ABETE

Da una fiamma viva ma con fumo; il calore è vivo ma breve e le pigne, così come i rametti sottili, sono utili per l’ accensione.

Potere calorifico: 70

Abete

Essenza: PINO

Ha un legno odoroso, produce molto fumo e si consuma presto. Crepita bruciando e produce un buon carbone.

Potere calorifico: 67

Pino

 

Tipi di focolare
A seconda dell’ ambiente in cui ci troviamo e della legna che disponiamo, possiamo accendere il nostro fuoco utilizzando tanti metodi, o meglio dire schemi. Qui sotto sono elencati i diversi tipi di focolare che si possono costruire e il loro uso.

Focolare polinesiano

NOME: Focolare polinesiano.

USO: È un fuoco tipico dei popoli della Polinesia. Fai un buco nel terreno e ricoprilo sul fondo e sui lati con pietre piatte. In caso di pioggia, puoi coprirlo con uno strato di terra. Il fuoco polinesiano riscalda bene, mantiene il calore, non risente assolutamente del vento ma è poco pratico da alimentare. Il suo uso è estremamente limitato a causa del grosso problema di alimentazione, ma può essere impiegati per i forni da campo.

Focolare in scarpata

NOME: Focolare in scarpata.

USO: Unisce i vantaggi del fuoco a riflettore a quello sopraelevato. Di uso molto raro, serve principalmente per il riscaldamento personale o per la cottura con il sistema del riflettore. La sua posizione sopraelevata rispetto allo specchio ne consente facilmente e comodamente, l’ alimentazione da parte del fuochista. L’ unico inconveniente è la possibile caduta di braci al di sotto del fuoco.

Focolare del pastore

NOME: Focolare del pastore.

USO: È facile da costruire e cuoce rapidamente perchè mantiene abbastanza il calore. Bisogna fare attenzione al tipo di pietra utilizzata perchè alcune pietre, con il calore, possono spaccarsi e lanciare schegge. In assenza delle pietre in basso, si possono utilizzare delle zolle di terra, alte circa 8 cm, magari in doppio strato, riducendo di buon grado la possibilità di schegge di pietra vaganti.

Focolare a stella

NOME: Focolare a stella.

USO: E’ formato da grossi tronchi di legno secco disposti a stella, tenuti sollevati dal terreno mediante alcune pietre o tronchetti di legno; al centro del terreno è scavato un deposito per le braci (buca). per accenderlo: costruite un fuoco a cono nel centro della stella e spingere vero il centro-braciere i tronchi che bruciano.

Focolare chinook

NOME: Focolare chinook.

USO: E’ un focolare in tricea inclinata e bordata da un riflettore di terra controvento. Viene coperto con pietre perchè si mantenga il calore. Per accenderlo: costruite un fuoco a cono e una volta formatesi le braci, mettete 2 tronchi di legno convergenti e perpendicolari che avranno il compito, consumandosi, di riflettere e di aumentare il calore sprigionato.

Focolare a capanna

NOME: Focolare a capanna.

USO: Consente di sfruttare il vento ed è possibile accenderlo anche in condizioni metereologiche avverse. Molte volte può essere utilizzata la struttuta a tee-pee, come candeliere, in assenza di una torcia e facendo attenzione alla direzione del vento evitando che la fiamma si spenga. Il fuoco di campo può essere anche fatto con questo sistema.

Focolare a croce

NOME: Focolare a croce.

USO: È una variante del fuoco in trincea, puoi utilizzarlo se il vento cambia frequentemente direzione. Consuma legna e non è facile nè da regolare, nè da alimentare, nè per disporvi sopra le pentole. Sconsigliato nelle zone ventose ed è in genere, un focolare di raro utilizzo.

Focolare del boscaiolo

NOME: Focolare del boscaiolo.

USO: Si accende facilmente e dà molta luce. Brucia bene e con ogni tempo. È ottimo per il fuoco da campo e per riscaldare. Richiede una preparazione accurata, ha bisogno di molta legna e deve essere alimentato costantemente. Per costruirlo, partite come base, dal focolare a piramide, per poi continuare gli strati esterni con legna sempre più grossa, fino a formare una struttura come quella nel disegno.

Focolare del trapper

NOME: Focolare del trapper.

USO: Ha un buon tiraggio, ma risente molto dei cambiamenti del vento. È adatto per la cucina individuale. Scava una trincea larga 30 cm e lunga 50, orientata in modo che il vento vi soffi dentro. E’ il tipo di focolare classico per il pranzo alla trapper; modellate la buca in base al numero dei vostri squadriglieri, poichè ci deve essere posto per gli spiedini di tutti.

Focolare a piramide

NOME: Focolare a piramide.

USO: Si accende con ogni tempo, fornisce calore e luce, però disperde calore e consuma legna. Riscalda in maniera irregolare. Devi alimentarlo costantemente. È adatto per il fuoco da campo ed è la base per l’accensione di ogni fuoco. Consigliato per il pranzo “singolo”, in quanto è veloce nella realizzazione e nello smantellamento. Inoltre non lascia evidenti tracce perchè non è contenuto in una buca.

Focolare a riflettore

NOME: Focolare a riflettore.

USO: Alcune pietre servono a formare il focolare e a sorreggere le barre di ferro, mentre alcuni tronchetti, disposti l’uno sopra l’altro, fanno da riflettore per il calore. È adatto per la cucina individuale e per scaldarsi, poichè grazie alla sua struttura, il calore non si disperde ma viene proiettato sullo specchio, che a sua volta lo riflette verso di voi.

Focolare in trincea

NOME: Focolare in trincea.

USO: Ha un ottimo tiraggio e può essere alimentato regolarmente con rami lunghi. È stabile per mettervi pentole grosse e consente anche di metterne due o più, una accanto all’altra. Devi orientarlo esattamente secondo il vento perchè diventa poco efficace se il vento cambia direzione. Inoltre richiede un terreno sufficientemente compatto, per sostenere la pentola.

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I canti degli uccelli

 
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Paesaggi Sonori. Suoni e rumori nella foresta della Valsolda (Como)

Visitando una qualsiasi delle nostre vallate o zone boschive, l’ascolto dei canti o dei segnali acustici di uccelli e mammiferi nelle diverse stagioni ci può dare una traccia naturale per percepire i cambiamenti degli ambienti e farci apprezzare meglio la ricchezza di vita e la biodiversità degli ecosistemi che stiamo scoprendo.
L’ascolto dei canti degli uccelli, il suono animale più copioso e prolungato durante il ciclo annuale, favorisce, inoltre, una riconnessione profonda con la natura, aiuta il rilassamento e l’ascolto del profondo.
Gli uccelli, in particolare, per il loro adattamento ai diversi habitat, possono essere una guida preziosa per la scoperta degli ambienti naturali, perchè la loro presenza ci indica lo stato di evoluzione della vegetazione e, quindi, la qualità ecologica degli habitat. Osservare e ascoltare un ambiente naturale ci porta a valorizzarlo e a concordare con gli sforzi fatti per conservarlo e gestirlo come avviene nella Foresta Regionale della Valsolda.
Le modalità di approccio e le tecniche legate all’ascolto degli animali costituiscono un modo leggero, non invasivo e rispettoso, per avvicinare l’ambiente naturale.
La Via dei Canti è un percorso naturalistico che vuole accompagnarvi nell’avvicinamento alla natura, ai suoi silenzi e ai suoi suoni.
Fonte continua di vita, teatro della vita umana, vegetale e animale, la natura riserva mille emozioni derivanti dall’osservazione delle diverse forme di vita, dalla loro scoperta e dall’ascolto.
In un ideale percorso ad occhi chiusi lungo i sentieri della Foresta, si potrebbe capire dai soli suoni della natura dove ci si trova, quale vegetazione ci circonda ed in che tipo di habitat ci si muove.
Vi accompagneremo, invece, ad occhi aperti ed orecchie tese, ad avvicinare il complesso mondo dei suoni degli animali. Imparare è più facile di quanto sembra; con l’aiuto di questa guida e il CD potete prepararvi all’ascolto e, una volta rientrati, conservare una traccia di quanto ascoltato. Lungo il percorso una serie di 10 pannelli (A-L) induce a fermare il passo e ad ascoltare in silenzio.

Canti e non solo

Negli uccelli la comunicazione acustica è importante e raggiunge forme molto complesse; per questi motivi e per la vistosità di manifestazione è anche molto studiata e rappresentata nelle fonoteche e nelle collane di dischi di suoni della natura.
Le emissioni acustiche si distinguono in vocali e strumentali: le prime sono prodotte dalla siringe, situata nel torace dove i due bronchi si uniscono a formare la trachea, mentre le seconde vengono prodotte in altri modi, per esempio, nei picchi, percuotendo con il becco un tronco d’albero, secondo ritmi caratteristici delle varie specie.
Negli uccelli la comunicazione acustica serve per trasmettere, sia da postazioni fisse che in volo, su distanze medio lunghe (50-500 metri) informazioni vitali, relative soprattutto al corteggiamento e all’isolamento riproduttivo nonchè alla difesa della prole e del territorio colonizzato.
Come definizione generale distinguiamo le emissioni vocali fra canti e segnali. Tutti gli uccelli producono segnali sonori relativamente semplici, emessi durante tutto l’anno in relazione a determinate situazioni, ad esempio per il coordinamento in volo, per mantenere il contatto, oppure segnali di pericolo e di disagio, o per chiamare i piccoli. In alcuni casi possono avere significato sia specifico che sovraspecifico, ad esempio nel caso dei segnali di allarme.
Il canto, territoriale e di corteggiamento, espresso talvolta in forme vistose e strutturalmente complesse, è caratteristico dei piccoli passeriformi, per questo indicati come “uccelli canori”. Il contenuto di informazione di un canto può essere molteplice: esso fornisce indicazioni sulla specie che lo produce, spesso anche sulla appartenenza ad una determinata popolazione (fenomeno dei dialetti), sul sesso, età, stato fisiologico, disponibilità all’accoppiamento, combattività nella difesa del territorio.
Negli uccelli non canori le stesse funzioni del canto sono assolte da segnali molto più semplici, talvolta inconfondibili come i suoni emessi dal corvo imperiale, dalla poiana, talvolta più anonimi, rari e difficili da riconoscere. Questa differenza corrisponde a comportamenti ed esigenze ecologiche diverse. Gli uccelli non canori sono di grandi dimensioni e frequentano soprattutto spazi aperti dove la visione è il senso più importante.
I canori, invece, sono piccoli e abitano ambienti con vegetazione densa dove la vista è impedita e quindi il suono diventa l’elemento più importante per la comunicazione e il mantenimento dei contatti. Tanto importante che certe specie morfologicamente simili si differenziano unicamente tramite il canto. Le cince sono tra gli uccelli canori più comuni nei boschi italiani, sono 6 specie che si distribuiscono dalla zona mediterranea fino al limite superiore della vegetazione arborea alpina. Resistenti, numerose, spesso riunite in gruppi, giocoliere tra i rami, sono particolarmente canore. Le varie specie hanno un grande numero di vocalizzazioni, ma nonostante questo i canti sono facilmente riconoscibili perché brevi e particolarmente netti e chiari tanto che sono tra i primi uccelli di cui si impara il canto. Anche le immagini spettrografiche sono particolarmente chiare ed aiutano ad associare ciò che si sente con la reale struttura acustica del canto.
Altri uccelli canori, quali il fringuello, lo scricciolo, il pettirosso, hanno invece canti ben più complessi ed articolati.
In primavera e in estate, nei momenti di silenzio, nelle ore più calde, quando nessuno canta, possiamo ascoltare gli infiniti ronzii degli insetti che volano nel bosco, mentre in autunno, soprattutto nelle settimane a cavallo della fine di settembre, potremo sentire i potenti bramiti dei cervi maschi che manifestano la loro disposizione all’accoppiamento. Le ore migliori sono quelle verso l’imbrunire ma lo spettacolo sonoro può durare anche tutta la notte.
Per ascoltare i pipistrelli invece dovremo dotarci di qualche artificio tecnologico; le nostre orecchie infatti non percepiscono gli ultrasuoni emessi da questi piccoli mammiferi volanti per evitare gli ostacoli e individuare le prede nel volo notturno. Dobbiamo pertanto usare il bat-detector, un piccolo strumento che converte gli ultrasuoni in suoni udibili.

I paesaggi sonori della Valsolda

Il CD della Via dei Canti racchiude una significativa parte del paesaggio sonoro caratteristico della Foresta Regionale Valsolda. Le tracce sonore sono accorpate per ambienti, elencando le specie più caratteristiche o cosiddette dominanti, cioè più comuni ed ascoltabili nel corso del ciclo annuale. Lungo il percorso i pannelli A-L indicano posizioni particolarmente favorevoli all’ascolto .
L’ordine di presentazione degli ambienti segue lo sviluppo della Via dei Canti, comprendendo anche la fase di avvicinamento alla Riserva, dall’abitato di Dasio all’Alpe Ranco attraverso diverse piccole zone rurali.

Vista la compenetrazione degli ambienti vegetali e la adattabilità degli uccelli nello scegliere il territorio in base alla conformazione del biospazio, alcune specie possono essere presenti in più ambienti. Ad esempio il comune Fringuello frequenta vari tipi di bosco e di zone aperte nel corso dell’anno, ma si è scelto di collocarlo per maggiore contattabilità stagionale in un definito ambiente.
Per dare uno spunto utile alla fruizione dell’itinerario d’ascolto della Via dei Canti, sono state definite anche due caratteristiche “sonore” degli ambienti attraversati: la “Sonorità” indica la ricchezza di canti nel periodo primaverile, con valori da 1 a 3, mentre la “Contattabilità” indica la facilità di ascolto che dipende da diversi fattori quali la densità della vegetazione o la presenza di rumori ambientali che possono disturbare l’ascolto, quali quelli prodotti dai corsi d’acqua (valori da 1 a 3).

Boschi misti di latifoglie in prossimità di zone rurali montane (sonorità 3, contattabilità 3)

La prima parte dell’itinerario che conduce all’inizio della Foresta Demaniale Regionale Valsolda muove dall’abitato storico di Dasio che è circondato da una piccola zona rurale caratterizzata da prati da sfalcio e piante da frutto isolate.
L’esposizione e la quota favoriscono l’insediamento di specie sinantropiche quali la Passera d’Italia, il Merlo, il Codirosso, il Codirosso spazzacamino, il Balestruccio, la Ballerina bianca, che utilizzano prati e piccoli giardini privati per alimentarsi e frequentemente gli edifici per nidificare. Il percorso si inoltra quindi nel bosco dopo l’attraversamento del Torrente Soldo, e raggiunge l’Alpe Ranco percorrendo alcune panoramiche terrazze a pascolo circondate da vegetazione boschiva a carpino nero, castagno, nocciolo e maggiociondolo.
Questo ambiente ecotonale mantenuto aperto dalla residua zootecnia locale, costituisce un ottimo punto di osservazione sulle cime circostanti, ed un luogo dove osservare le specie ornitiche in alimentazione o in volo. Proseguendo oltre l’edificio dell’Alpe, si giunge all’ingresso della Foresta Demaniale.

Le specie più facilmente ascoltabili sono Codirosso, Cinciallegra, Fringuello, Cinciarella, Cincia bigia, Picchio verde. Pannelli A D E, 1-4.

L’Orno-Ostrieto (sonorità 2, contattabilità 1)

L’Orno-Ostrieto è il tipo di bosco più diffuso sulle Prealpi lombarde, costituito generalmente da carpino nero, orniello o frassino; insieme alla faggeta, è la categoria vegetazionale principale della foresta. Con essa si divide il territorio in funzione delle diverse condizioni di profondità del suolo, esposizione ed altitudine.
L’Orno-Ostrieto ha una distribuzione omogenea alle quote inferiori della Foresta. La composizione specifica è dominata dal carpino nero a cui si associano sorbo montano, faggio, roverella, maggiociondolo, frassino orniello ed anche pino nero e pino silvestre in conseguenza dei rimboschimenti realizzati in passato.
Molto ricca è anche la componente arbustiva caratterizzata dalla presenza di pero corvino, nocciolo, prugnolo, corniolo, ligustrello, viburno lantana. La fisionomia del bosco appare variabile, dalla boscaglia a copertura rada e lacunosa in ambienti rupestri al bosco ceduo vero e proprio sui pendii meno aspri.

Le specie ascoltabili sono Scricciolo, Capinera, Pettirosso, Codibugnolo, Regolo, Luì piccolo, Luì bianco. Pannelli A B C F, 5 6 8.

La Faggeta (sonorità 3, contattabilità 2)

Le condizioni ecologiche generali privilegiano la presenza del faggio che si spinge fino al limite della vegetazione arborea intorno ai 1500-1600 m. La sua distribuzione tuttavia è limitata dalla morfologia del comprensorio, caratterizzato da scoscese pareti rocciose e da versanti molto ripidi e con suolo superficiale, e dall’intervento dell’uomo che prima ha trasformato i boschi in pascoli e poi ha favorito, con interventi diretti, l’affermazione delle conifere in luogo del potenziale bosco di faggio. Al faggio si associano il carpino nero, l’acero di monte e il frassino, oltre all’abete rosso e al larice, entrambi di origine antropica.
Il bosco ha spesso una struttura pluristratificata dove il faggio può rappresentare sia il piano dominante che il piano intermedio quando è sovrastato dal larice. Le zone più rade hanno una componente arbustiva costituita principalmente da nocciolo, corniolo, biancospino, maggiociondolo.
La Faggeta è l’ambiente locale più ricco di canti ornitici e dove le piante sono più mature ha una conformazione ambientale che permette una particolare diffusione dei suoni per la presenza della cupola acustica formata dalle chiome. La maggior quantità di specie ed individui si rinviene dove è presente rinnovamento con maggior componente arbustiva.

La maggior ricchezza di canti è nella stagione primaverile durante la quale possiamo ascoltare Tordo bottaccio, Picchio rosso maggiore, Cincia mora, Cincia dal ciuffo, Cuculo, Ghiandaia, Allocco e Peppola.
A settembre-ottobre potremo invece sentire echeggiare nel bosco i possenti bramiti dei cervi maschi che generalmente si dispongono nelle radure per meglio diffondere i loro richiami.
Pannelli D G H L, 7-10.

Boschi primitivi e rupi (sonorità 2, contattabilità 3)

Sui versanti con esposizione a sud troviamo ambienti caratterizzati da maggiore accidentalità e xericità, con la copertura che si dirada alternandosi ad aree aperte con copertura erbacea ed arbustiva.
Le specie principali sono il carpino nero ed il sorbo montano a cui si associano la roverella ed il maggiociondolo. Soprattutto sui versanti più ripidi la vegetazione arboreo-arbustiva lascia spazio alle rocce, ai lembi di prati magri ed alle rupi che caratterizzano ampiamente alcune porzioni del versante, fino a diventare elemento paesaggistico spettacolare e dominante, oltrechè sito di sosta e nidificazione per alcune specie ornitiche rupicole.

Qui possiamo ascoltare Corvo imperiale, Zigolo Muciatto, Codirosso spazzacamino, Coturnice, Gallo forcello, Aquila reale, Poiana, Gheppio.
Pannelli G-I, 9-11.

La Fonoteca Zoologica Regionale

La Fonoteca Zoologica Regionale è stata creata con finanziamenti della Regione Lombardia per raccogliere, conservare, studiare, rendere disponibili ai ricercatori interessati, e rendere disponibili per attività divulgative le registrazioni acustiche delle specie animali che popolano i vari ambienti della Regione.

La Fonoteca, realizzata dal CIBRA dell’Università di Pavia, ospita anche registrazioni dei paesaggi sonori di vari ambienti naturali; registrazioni corali che rappresentano l’insieme delle specie tipiche di ciascun habitat e quindi ne rappresentano anche la biodiversità.

Specie, canti e spettrogrammi

Le figure seguenti mostrano, per ogni specie, lo spettrogramma del canto o dei richiami. Per facilitarne la comparazione, nella maggior parte dei casi l’asse orizzontale corrisponde a 4.8 secondi e l’asse verticale a 12 kHz. Fanno eccezione l’allocco con rispettivamente 14.4 secondi e 8 kHz, e il cervo, con 18 secondi e 11 kHz.
Le specie e i suoni qui illustrati sono stati scelti fra quelli più facilmente udibili e riconoscibili; le specie sono qui presentate con il nome italiano e il nome scientifico.

La maggior parte delle registrazioni sono state effettuate in Valsolda; in alcuni casi sono state inserite registrazioni effettuate altrove ma in ambienti simili.
Le registrazioni di Cervi sono state effettuate ai margini delle faggete della Foresta del Cansiglio. Le registrazioni sono state selezionate e filtrate per offrire la miglior qualità di ascolto pur mantenendo un sottofondo di rumori e suoni naturali; interventi di filtraggio più intensi sono stati effettuati per attenuare i rumori a bassa frequenza prevalentemente dovuti al rombo di aerei e al traffico anche lontano.

Registrazioni: Guido Pinoli e Gianni Pavan (Allocco, Cervo).
Editing: Gianni Pavan.
Archivio: CIBRA
 - Fonoteca Zoologica Regionale

Le tracce audio sono numerate come sul CD ma fornite in formato MP3. Cliccare sul numero della traccia per avviare la riproduzione tramite il player di default del vostro sistema. Cliccare con il tasto destro del mouse e poi selezionare “Salva oggetto” nel caso vogliate salvare la traccia sul vostro PC.

Sono vietati la riproduzione e l’uso commerciale delle registrazioni. 

Cinciallegra, Parus major

Traccia 3 – Canto

 

Fringuello, Fringilla coelebs

Traccia 4 – Canto

 

Cinciarella, Parus coelureus

Traccia 7 – Canto

 

Cincia bigia, Parus palustris

Traccia 8 – Canto

 

Picchio verde, Picus viridis

Traccia 9 – Richiami

 

Scricciolo, Troglodytes troglodytes

Traccia 11 – Canto

 

Regolo, Regulus regulus

Traccia 12 – Canto con Fringuello in sottofondo

 

Capinera, Sylvia atricapilla

Traccia 13 – Canto

 

Codibugnolo, Aegithalos caudatus

Traccia 15 – Richiami

 

Luì piccolo, Phylloscopus collybita

Traccia 16 – Canto

 

Luì bianco, Phylloscopus bonelli

Traccia 17 – Canto

 

Tordo bottaccio, Turdus philomelos

Traccia 20 – Canto

 

Picchio rosso, Dendrocopos major

Traccia 23 – Tambureggiamento e richiami

 

Cincia mora, Parus ater

Traccia 24 – Canto

 

Cincia dal ciuffo, Parus cristatus

Traccia 25 – Canto

 

Cuculo, Cuculus canorus. Le tipiche note bitonali del cuculo sono rappresentate nella parte bassa dello spettrogramma.

Traccia 26 – Canto

 

Ghiandaia, Garrulus glandarius

Traccia 27 – Richiami

 

Allocco, Strix aluco

Traccia 29 – Canto (hooting)

 

Corvo imperiale, Corvus corax. I richiami del corvo imperiale sono nei riquadri. A frequenze più alte si vede il canto della Cincia mora

Traccia 34 – Richiami con Cincia mora

 

Zigolo Muciatto, Emberiza cia

Traccia 35 – Canto con in sottofondo Pettirosso e Fringuello

 

Codirosso spazzacamino, Phoenicurus phoenicurus

Traccia 36 – Canto con in sottofondo Fringuello

 

Coturnice, Alectoris graeca. I richiami della coturnice sono indicati dal riquadro giallo.

Traccia 37 – Richiami

 

Gallo forcello, Tetrao tetrix. Il canto del gallo forcello è rappresentato nella parte bassa dello spettrogramma.

Traccia 38 – Rugolio Traccia 39 – Soffio

 

Aquila reale, Aquila chrysaetos

Traccia 40 – Richiami di adulto

 

Pioana, Buteo buteo

Traccia 41 – Richiamo di adulto Traccia 42 – Richiamo di giovane

 

Gheppio, Falco tinnunculus

Traccia 43 – Richiami

 

Cervo, Cervus elaphus. I bramiti (i suoni più lunghi) e le tossi (i suoni più brevi) sono emessi dai maschi prevalentemente nella stagione riproduttiva che si colloca a cavallo fra settembre e ottobre.

Traccia 45 – Bramiti di diversi individui

 

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Gli alberi di Mauro Corona

LE VOCI DEL BOSCO
(Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1998)

Le pagine di questo libro non contengono un trattato di botanica e nemmeno parole di assoluta verità. Ciò che in esse vi si potrà leggere sono “verità personali” suscitate da riflessioni indotte da oltre quarant’anni di vita nei boschi e dialoghi con le piante. Durante questo lungo tempo, ho capito che tutto, in natura, ha un proprio carattere, una personalità, un linguaggio, un destino. Osservando e ascoltando con attenzione il creato, è possibile udire la sua voce…
Gli alberi non si spostano, ma possiedono un loro carattere che comunicano in vari modi: con la bellezza, con l’oscillazione delle fronde, con la consistenza delle fibre. E anche con la diversa reazione che hanno nei confronti di chi li tocca. In queste righe si parla di loro e di uomini: a volte bene e altre male… e così il cattivo, senza quasi rendersi conto, proverà simpatia per il sambuco, il buono per il larice, il sempliciotto per il faggio, l’elegante per la betulla, il cocciuto per il carpino e via dicendo…

Mauro Corona

ACERO

E’ un albero che al momento sembre forte e sicuro di sé, invece ha un carattere fragile che si arrende subito e si lascia dominare. Si comporta come quelle persone che, di giorno, ostentato una sicurezza e una forza che in realtà dentro non hanno e, al calar del sole, vengono immancabilmente presi dall’ansia per la notte scura che si avvicina. E’ un tipo che ha bisogno di luce. Il tormento, la fatica, il buio o una malattia anche lieve possono annientarlo.

MAGGIOCIONDOLO

Nella concretezza, risiede la nobiltà del maggiociondolo. E’ come l’amico fedele che rimane nell’ombra ma è pronto a intervenire in caso di bisogno. Di lui ti puoi fidare. E’ un generoso, e quando stai scivolando non si comporta come la muga traditrice, ma ti sostiene e ti incoraggia. Non ha bisogno di affetti né li vuole. Non dipende da nessuno e affronta la vita schivo e riservato. Non disperezza l’amore ma neppure lo cerca.

FAGGIO


Il faggio è la folla, la massa, e la sua giornata è quella del lavoratore laborioso. La fabbrica funziona perché ci sono i faggi che avvitano bulloni e svolgono i lavori di manovalanza. Senza di loro la catena di montaggio non andrebbe avanti. Nessuna società può vivere e produrre solo con il riservato maggiociondolo, o con l’elegante betulla, o con il duro ma fragile acero. Ci vogliono i tanti faggi che ogni mattina sono lì, a timbrare il cartellino. Certo lui non è un lettore, non va a teatro, il cinema impegnato non lo conosce, ma per il calcio, per la squadra del cuore, è disponibile a tutto. In fabbrica, il lunedì è felice se i suoi hanno vinto e poi un po’ di osteria, le carte e la televisione sono il suo mondo. Molti faggi sono anche permalosi e tentano in ogni modo di ribellarsi al loro destino di uomini normali.

TASSO

Il tasso è invidiato da tutti gli alberi del bosco. E’ un uomo fortunato: bello, ricco, prestante e ricercato. Ma lui non ha fatto nulla per ottenere questa invidiabile posizione; la natura ha deciso la sua sorte. Il tasso è il conte del bosco e non si abbassa a dialogare con nessuno. E’ un gran legno, pieno di cultura, e sa di esserlo. Se un altro albero vuole andare da lui deve chiedere permesso. C’è da dire però che la nobiltà del tasso, mista alla cultura ereditata dagli avi, lo rende amico nel lavoro e disponibile a venirti incontro e ragionare. Se lo prendi con la formale reverenza che si aspetta, ti offre il massimo di cui è capace. L’importante è che le distanze vengano sempre rispettate.

NOCCIOLO


Già quando lo vedi sottile, dritto, alto e ben vestito, ti dà l’idea del furbetto che non vuole fare nulla: quello che, per evitare qualsiasi seccatura, mette in banca la sua vita con la speranza di proteggerla e farla fruttare senza sforzi. E’ talmente refrattario a qualsiasi rischio, che neanche si sogna di osare qualcosa di suo. Ma non è stupido e cerca i posti a “solivo” ossia dove batte il sole. (…) Difficilmente lo trovi a “pusterno”, dove il sole del nord a malapena lo sfiora. Al pari di tutti i vili e fannulloni cerca la forza nel branco, perciò cresce assieme agli altri noccioli in numerose combriccole. A vederle sembrano quelle bande di giovani bulletti, padroni dei quartieri, il cui unico coraggio sta nell’importunare i vecchi o picchiare i barboni.

CARPINO


Il duro dei duri è il càrpino. Di carattere testardo, cresce storto, ossuto, inquieto e ramingo. E’ un solitario e ama fissare l’orizzonte. Non chiede nulla e di nulla ha bisogno. Anche quel sentimento chiamato amore rappresenta per lui un problema difficile. Quando brucia, il carpino non forma quasi braci. Come un uomo schivo e solitario, vuole scomparire nel nulla senza lasciare di sé la minima traccia.

PIOPPO

Il più sfortunato degli alberi è il pioppo. Egli appartiene, come socio fondatore, alla sterminata categoria dei disgraziati che popolano la terra, a quel vasto numero di persone che non hanno alcun pregio e neanche la salute. Conscio della sua misera condizione, non vuole quasi vivere, e manda avanti l’esistenza a spintoni in attesa che la morte venga a prenderlo. Siccome non può offrire nulla, tranne che l’ombra di se stesso, da nessuno è cercato. Ma è con la morte che avviene il riscatto e si realizza concretamente la parabola evangelica secondo la quale gli ultimi saranno i primi. Stritolato dalle macine e pressato, il pioppo si trasforma in carta per offrire rifugio alle parole che danno vita ai grandi capolavori della letteratura. Sulle sue fibre è stato stampato il “Cantico dei Cantici”. Sui suoi fogli sono stati tracciati i disegni dei Maestri. Le sue pagine conservano la testimonianza della crescita culturale nei millenni.

MUGA


La muga, o pino-mugo, è la cattiva per eccellenza. Subdola di natura, cresce falsa e disonesta ed è anche rompiscatole. Come tutti i vili sta col branco e, al pari dei noccioli e dei sambuchi, trae forza dal numero. Il cuore e il corpo li tiene nascosti per non doverli donare ad altri. Assomiglia a quel cauto miliardario che si finge povero e nullatenete per paura che un amico bisognoso gli possa chiedere diecimila lire. Se la stringi ti dà l’idea di affidamento e a volte tiene. Ma se gli stai antipatico, e in un pendio ripido ti aggrappi a lei per tirarti su, ecco che ghignando fa “crac” e ti molla di sotto.

AGRIFOGLIO

L’agrifoglio è superbo per se stesso e te lo fa capire chiaramente. Non vuole né invecchiare, né essere avvicinato, ma solo ammirato. La sua presunzione è totale, sostenuta da un narcisismo sconfinato. Sa che quella bellezza è dovuta anche alle foglie lucenti che lo coprono e non permette loro di andarsene via. Non possono allontanarsi, non possono trovare uno straccio di amica, non possono viaggiare nel vento. Devono stare sempre attaccate ai suoi rami a inghirlandare questo padre padrone, possessivo ed egoista. Con il passare del tempo si inacidiscono come vecchie zitelle, così che il loro bordo, una volta liscio e regolare, diventa spinoso e arcigno. Un po’ alla volta si sono impadronite loro stesse della cattiveria paterna. Non si può vivere senza comunicare con gli altri, tenendosi tutto dentro, sepolti in una torre d’avorio protettiva e inavvicinabile. L’agrifoglio è come quei genitori che impongono un’unità familiare forzate e innaturale, dove tutto dve stare rinchiuso tra i muri di casa. Da quel luogo usciranno, se ce la faranno a uscire, figli muti, cattivi ed egoisti. Gente che non potrà dare nulla, perché non è stata abituata a dividere l’esistenza con nessuno.

SAMBUCO

Mentre l’agrifoglio fa vedere immediatamente la sua cattiveria, il sambuco, gracile ed inutile, ma che nasconde progetti ambiziosi e violenti, la tiene nascosta come tutti i meschini. Dentro la sua tenera forza si cela una natura aggressiva e guerrafondaia. Tutto l’uso che se ne fa di lui riporta a elementi di distruzione. Occorre stare molto attenti ai sambuchi umani. Piccoli e insignificanti, sono molto cattivi e colpiscono a tradimento con armi subdole e nascoste. Sono fragili, i sambuchi! Con una strizzata di mano ne potresti uccidere un centinaio, ma devi sempre stare attento. Rompendosi, producono schegge affilate come lamette che ti possono dilaniare. Si sentono inferiori e come tali tengono il coltello in tasca pronti a farlo scattare senza il minimo preavviso. Quando vedi un giovanotto che scippa una vecchietta, in quel momento hai conosciuto un sambuco.

ACACIA

Durissima, taciturna, solitaria anche se in gruppo, scontrosa e inattaccabile dagli attrezzi, è sicuramente pazza. E’ una donna che vive nella sua torre, difesa da lunghe spine acuminate. Una zitella altera e segaligna che non vuole ricevere né dare affetto alcuno. Forse è così chiusa a causa di antiche colpe che le rimordono. Non bisogna dimenticare quella sua lontana parente che fornì le spine per cingere il capo del Cristo. Se da giovane parla poco, quando invecchia diventa secca e muta. L’acacia è una donna perduta che rifiuta la speranza e la pietà, ma non si lamenta e non disturba nessuno. L’acacia in fondo soffre, ma ormai vive al di là del punto di non ritorno e redimersi le è praticamente impossibile. Elegante e altera, pare una di quelle signore inacessibili che ogni giorno prendono il tè delle cinque e leggono solo libri, prevalentemente saggi dai contenuti difficili. Ma in autunno l’acacia fa pena: nuda e sola comunica un senso di grande tristezza. Il suo riscatto sta nel fuoco, il quale è l’unico che la può piegare e possedere. Solo a lui si concede e, in quell’estremo sacrificio, riesce per una volta a riscaldare finalmente gli uomini.

VIBURNO (rèvol)

Il rèvol è come un uomo saggio che ha capito la vita: sa che resistere equivale ad essere infranti e allora, da buon opportunista, si piega per non farsi spezzare. E’ un orgoglioso, ma, quando intuisce che il suo orgoglio lo può rovinare, preferisce metterlo via e diventare malleabile.

ABETE BIANCO

Nei nostri boschi, l’albero possente, il signore del castello per il quale tutti nutrono grande rispetto, è l’abete bianco. E’ il vecchio protettore, colui che dal suo eremo, raggiunta l’età della saggezza, controlla tutto e tutti. Anche il nome, sereno e pacifico, lo aiuta. Alto e maestoso, si sviluppa largo e diritto. In altezza, può raggiungere anche i cinquanta metri. Da lassù parla con la luna e vede tutto e tutto sa. La sua crescita è lenta e laboriosa perché deve apprendere la difficile arte del condottiero, del grande saggio che, imparziale come Salomone, appiana e dirime tutte le dispute del bosco sul quale regna. La calma dell’abete bianco è solenne e tutti gli alberi, anche i più invidiosi e cattivi, lo accettano nel ruolo di grande controllore e padre. Non è però uno sterile applicatore di leggi e commi, bensì un sereno giudice di pace che dispone di grande sensibilità. Esercità l’autorità senza arroganza. Molti uomini che detengono il potere dovrebbero ogni tanto sedersi all’ombra di un abete bianco per ascoltare i suoi consigli e seguirne l’esempio. Da vigile custode del bosco, l’abete bianco ha per tutti una riserva di attenzioni , ma dei più deboli e dei maltrattati si occupa con maggiore scrupolo.

FRASSINO

Il frassino si può definire l’effeminato del bosco. Non cresce mai dritto. Il suo tronco si sviluppa con movenze e curve inequivocabilmente femminili. Come tutti i diversi è sensibilissimo e quindi procede, attraverso la vita, con grandi difficoltà. Viene deriso dai “veri uomini”, quindi cerca di evitare, il più possibile, incontri con maggiociondoli e carpini, gente buona ma dura e maschilista fino al midollo, che non perde occasione di stuzzicarlo e dileggiarlo con sarcasmo. Nonostante il corpo grazioso, il frassino, è un legno duro e tenace, dal carattere buono e pronto a sopportare i pesi della vita.

BETULLA

Alta, elegantissima, diritta, sempre perfetta nel suo abito bianco, la betulla è la regina del bosco. Riservata, ma conscia della sua bellezza, si fa desiderare e non concede facilmente le sue grazie. Non appartiene a quella categoria di donne che visibilmente ti fanno capire la loro disponibilità. Il suo desiderio, la sua scelta, i suoi gusti, li devi intuire dall’impercettibile movenza delle fronde. E nemmeno allora sei sicuro che ti abbia detto sì. Sa di essere la protagonista del bosco e questo la rende un po’ superba e vanitosa. Come tutte le donne, dietro un’apparente fragilità nasconde una tenacia, una forza di volontà e una resistenza insospettabili. E’ capace di sopportare pesi immani. Le grandi fatiche della vita che spezzano alberi alla vista ben più robusti non la piegano neppure. Anzi gli sforzi la fortificano e, una volta assorbiti, ne esce ancora più resistente. Le donne betulla, alte, eleganti, con un certo che di malizioso negli occhi, non si muovono mai a scatti. La natura della betulla e l’educazione ricevuta le conferiscono sempre un pacato autocontrollo.

NOCE

Il potere e la fortuna del noce non sono frutto del suo lavoro o di un impegno costante e laborioso, ma solo il risultato casuale di una serie di buone qualità che, travisate, hanno reso ciechi gli uomini. Questo è il noce: un uomo normale con qualche bella curva di pregio che la stupidità umana ha reso celebre e potente, a tal punto che è impossibile ormai fermare il suo arrogante cammino. Per quanto arrogante e antipatico, dispone comunque di parecchi pregi. Anche le foglie del noce sono state colpite dal delirio di onnipotenza. D’autunno, non cadono come le altre in dignitoso silenzio, ma devono farsi notare. Hanno bisogno della platea altrimenti si sentono zero. Allora, per attirare l’attenzione, scendono al suolo con rumorosi “croc croc”, come cadessero pesanti cartocci. E’ il desiderio di apparire a tutti i costi.

LARICE


L’opposto del noce per carattere e stile è il larice, re dei costoni. Ha un nome ossuto e secco che ben lo rappresenta. E’ il nostro amico, il fratello maggiore. Tenaci e riservati, nobili d’animo e forti di carattere erano i nostri naturali alleati. I paesi della valle son fatti di sassi, anime e larici. Il larice è un albero onesto, generoso, dal portamento ottocentesco. In lui si sposano forma e sostanza. Potresti affidargli, nella più completa tranquillità, i tuoi beni con la certezza che verrebbero non solo conservati con scrupolo e attenzione ma anche restituiti. Non cerca tuttavia di imporsi e ti viene in aiuto solo su tua specifica richiesta. La sua vita è lassù, in costa alla montagna, sentinella affettuosa dei suoi fratelli uomini.

PINO


Il pino, presente in tutti i boschi di montagna, è un discreto dispensatore di buoni aiuti. E’ vulnerabile e bisogna proteggerlo. Forza e durezza le scarica nei rami. Vedere le grandi e pacifiche famiglie di pini dispiegarsi per le montagne in vaste distese verdi trasmette tranquillità. Si tratta di gente perbene senza la quale un bosco non potrebbe dirsi completo.

PERO, MELO e CILIEGIO

Dal grande popolo delle piante vi sono anche coloro che se ne sono andati. Sono usciti dal bosco per emigrare in città a stare meglio. Rappresentano gli affetti, le cose buone della vita e sono il ciliegio, il pero e il melo. Nel bosco sono rimasti solo i fratelli selvatici, loro, invece, hanno preferito mettere nella gerla ciliegie, mele e pere e trasferirsi nei cortili. Buoni d’animo e dal temperamento mite, questi alberi possiedono un corpo caldo e un colore che comunica affetto. Il ciliegio, in verità, ha un carattere un poco superbo ma bisogna dire che è anche l’albero dei sogni e degli amori. Forse per il suo color rosa intenso con fiammature scure e per il suo legno odoroso di fresco, il Creatore gli aveva affidato un compito speciale nei paesi della valle. Lo aveva incaricato di contenere come in uno scrigno affettuoso l’amore e il sonno degli uomini. Da noi, nonni, genitori, bambini, generazioni intere hanno dormito e si sono voluti bene in letti di ciliegio. Mentre il ciliegio stimola i sentimenti, il pero e il melo sono maestri d’asilo. Hanno sempre a che fare coi bambini che diventano i loro educatori. Sono alberi che vivono per dare pace e serenità. Non sono pionieri, non cercano l’avventura ma si accontentano di una vita quieta negli orti, nei cortili o nei giardini.

TIGLIO

Quasi fratello del pioppo, è solo un po’ meno disgraziato. Sembra abbia avuto la fortuna di incontrare una donna che lo ha lavato, vestito e profumato. E gli ha insegnato a tenersi bene. Ma lui, per uscire dalla sua non troppo brillante condizione, ha voluto esagerare e, siccome non è un raffinato, è caduto nella trappola della banalità. In primavera si spruzza addosso tanto di quel profumo che se ci passi vicino ti viene il mal di testa. Rinnega in ogni modo la parentela con il pioppo e per riuscirci si circonda di oggetti superflui che, secondo lui, dovrebbero donargli stile e autorità. Quanto è ridicolo il tiglio! Sembra quei tipi al bar col telefonino appeso alla cintola che aspettano sempre una chiamata per far vedere al mondo che anche loro esistono. Come tutti coloro, e sono tanti, che hanno un rapporto contrastato con l’educazione, il tiglio sbraita, spinge sgomita e si fa avanti senza il minimo rispetto verso il prossimo. Nella fabbrica della vita, mentre i faggi avvitano bulloni lui, che è sempre pronto a dire di sì al padrone per ottenere privilegi, s’è conquistato il posto da guardiano. Con mille sotterfugi ha acquistato una macchina usata, ma lussuosa, per farsi credere ricco. Come tutti i finti, quando incontra l’abete bianco china la testa e diventa servile, salvo poi sforgarsi con i più deboli e sfortunati. Ingannevoli nella facciata, da lontano sembrano brillanti e sicuri, ma alla prima battuta, si rivelano deludenti e noiosi. Sono i tigli!

CIRMOLO

All’apparenza sembra un albero ombroso e taciturno, invece possiede un’indole buona celata all’ombra di un vivere sereno e tranquillo. Rappresenta la domenica del bosco, il giorno di festa, la giornata del riposo e del sorriso. Annusando un tronco di cirmolo si comprende quanto sia importante la vita sulla terra. C’è tutto in quell’odore: la montagna, il mare, i deserti, la voglia di vivere, la semplicità. Il cirmolo ha raggiunto la serenità interiore e non fa baruffa con nessuno e con nessuno si intriga. Questo equilibrio gli consente di non essere invidiato e nenache criticato. Il più bieco denigratore non riesce a trovargli qualche difetto sul quale “lavorare”. La sua presenza costituisce per tutti un piacere. Anche l’abete bianco, signore degli alberi, è conscio dell’importanza del cirmolo. In caso di malattia, sa di poter affidare a lui il compito di vigilare sul bosco ed è sicuro che al suo ritorno gli restituirà la città delle piante in perfetto ordine. Come ilviburno e la betulla, il cirmolo ha capito che non vale la pena di impuntarsi e combattere una battaglia già persa in partenza. E’ un mite, ma non per paura, per saggia esperienza. Incontra un cirmolo e il sorriso accompagnerà la tua giornata.

QUERCIA

Alta, grossa e sempliciotta, sembra una chioccia sempre intenta a tenere i pulcini sotto le ali. Preoccupazioni ed ansie l’hanno abbandonata da tanto, ma l’hanno pure sfiancata e resa pesante, con le forme dimenticate dal tempo. Di scarsa cultura, è un po’ banalotta e provinciale. Nel bosco, sembra una di quelle matrone da cortile, le mani ai finachi e il grembiule unto, che parlottano con le comari di tutto e tutti. Non ha punte di emozioni e sta lì a registrare gli avvenimenti che riferisce con bigotteria e quel senso dello scandalo, tipico di chi non può più commettere certi peccati.

ULIVO

L’ulivo è un albero serio, dal dolore contenuto e dignitoso e dalla sofferenza non gridata. Non ama il chiacchiericcio salottiero, le assemblee, le tavole rotonde. Vive del suo passato doloroso e non parla di radiosi avvenire o ricchi futuri. E’ un albero nobile, bello e disperato. Cresce nutrendosi di un dolore antico, che lo deforma e lo contorce in curve impressionanti. L’ulivo non vuole attirare l’attenzione, anzi, cerca di nascondersi il più possibile. Ma non ce la fa. Le sue forme lo tradiscono e anche un bambino noterebbe in esse qualcosa di tremendo, di tragico e di drammatico che esce dalla terra. Il dolore sopportato in silenzio rende forti nello spirito, ma anche fragili, disinteressati alla vita e privi di ogni difesa. Per questo il freddo lo uccide con facilità. L’ulivo è un albero universale che rispecchia la vita di ogni uomo vivente. Nessuno infatti, sulla terra, dallo spazzino al re è immune dal dolore che piega l’animo e contorce i giorni fino al limite estremo.
(Tutte le descrizioni degli alberi sono tratte da “Le voci del bosco”di Mauro Corona)
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